martedì 9 luglio 2013

La musica di Eric Zann - H.P. Lovecraft


Malgrado tutti i miei sforzi, mi son dovuto confrontare con la mortificante conclusione che ero incapace di trovare la casa, la strada e neppure il quartiere dove, negli ultimi mesi della mia squallida esistenza alla Facoltà di Metafisica, avevo udito la musica di Erich Zann.
Non mi sorprende il mio vuoto di memoria: quando abitavo in Rue d'Auseil la mia salute fisica e mentale era assai manchevole; inoltre, rammento di non avervi mai condotto alcuno dei miei scarsi conoscenti.
Tuttavia, il fatto che non riesca a ritrovare quel luogo resta al tempo stesso singolare e sconcertante.
Specialmente se si considera che esso distava meno di mezz'ora di cammino dall'Università, ed era contraddistinto da peculiarità tali da impressionare inevitabilmente la memoria di chiunque vi fosse stato.
Devo aggiungere, però, che non ho mai conosciuto alcuno che abbia mai visto la Rue d'Auseil.
La strada si stendeva aldilà di un fiume limaccioso fiancheggiato da magazzini di mattoni con piccole finestre cieche, attraversato da un massiccio ponte di pietra scura.
Su quel fiume gravava sempre un'ombra, quasi che il fumo delle fabbriche vicine ne escludesse perennemente il sole.
Le acque esalavano inoltre miasmi malsani che mai avevo sentito altrove, e che forse un giorno mi aiuteranno a ritrovare la zona, giacché quel tanfo lo riconoscerei all'istante.
Oltre il ponte si diramavano- varie stradine acciottolate, con piccoli parapetti: da esse iniziava una salita, prima dolce ma poi incredibilmente ripida non appena si giungeva alla Rue d'Auseil.
Non ho mai visto una strada così stretta e erta come quella.
Sembrava quasi un dirupo, il cui accesso era chiuso a tutti i veicoli.
In certi tratti si innalzavano rampe di scale fino a che, in rapida ascesa, il dirupo si arrestava di fronte ad un alto muro ricoperto d'edera.
La pavimentazione non era uniforme: a tratti era di lastroni di pietra, a tratti di ciottoli, mentre in altri punti si camminava sulla nuda terra, macchiata da una stenta vegetazione grigio-verdastra.
Le costruzioni erano alte, dai tetti aguzzi, decrepite e inclinate ad angoli assurdi, all'indietro, in avanti o di lato.
In certi casi, due palazzine poste l'una di fronte all'altra, entrambe curve in avanti, si incontravano formando una sorta di arco al di sopra della strada, che oscurava la luce del sole.
Altre costruzioni erano invece unite da ponti che si levavano a diverse altezze al di sopra del terreno.
Gli abitanti di quella strada avevano subito suscitato in me un'impressione assai singolare.
Sulle prime ritenni che ciò fosse dovuto alla loro estrema taciturnità e riservatezza; successivamente, mi resi conto che il mio sconcerto scaturiva dalla loro estrema, generale vecchiaia.
Non so come mi fosse capitato di andare ad abitare in un posto simile.
D'altra parte, quando vi giunsi, non ero in me.
Fino ad allora avevo abitato in infiniti luoghi squallidi dai quali ero sempre stato espulso per penuria di danaro; finché, un giorno, mi ero imbattuto non so come in quella casa fatiscente in Rue d'Auseil, tenuta da un paralitico: Blandot.
Era la terza costruzione dalla sommità della strada, e di gran lunga la più alta.
La mia stanza era al quinto piano, dove era l'unica ad essere occupata, ché di fatto la casa era quasi vuota.
La notte in cui vi giunsi, udii una strana musica provenire dalla mansarda sotto il tetto, e ne chiesi spiegazioni al vecchio Blandot.
Mi disse che si trattava di un anziano suonatore di viola tedesco, un muto assai stravagante che si firmava col nome di Erich Zann e che lavorava nell'orchestrina di un teatro di quart'ordine.
Aggiunse pure che il desiderio di strimpellare ogni notte dopo essere rientrato dal teatro aveva indotto Zann a scegliersi quella stanza nella soffitta, isolata in alto, la cui unica finestra costituiva il solo punto della strada dal quale si poteva guardare il panorama del declivio che discendeva oltre il muro coperto d'edera alla sommità della via.
Da allora udii Zann suonare ogni notte, e sebbene in tal modo mi impedisse di dormire, ero affascinato dalla singolarità delle sue note.
Pur avendo scarse cognizioni musicali, ero certo che nessuno dei suoi accordi avesse un qualche rapporto con armonie da me udite prima d'allora, e ne conclusi che Zann doveva essere un compositore di grande e originale genialità. Quanto più lo ascoltavo, tanto più ne ero affascinato, fino a decidere che dovevo assolutamente fare la sua conoscenza.
Una notte, mentre rincasava dal locale, lo fermai sul pianerottolo e gli dissi che sarei stato assai lieto di essergli amico e di ascoltarlo suonare.
Era piccolo di statura, magro, curvo, con gli abiti lisi e gli occhi azzurri: un personaggio grottesco, con la faccia da satiro e il capo quasi del tutto calvo.
Alle mie parole apparve al tempo stesso irritato e spaventato; ma, dopo un po', le mie intenzioni amichevoli lo rabbonirono sicché, sia pur palesemente malvolentieri, mi fece cenno di seguirlo su per la cupa scala scricchiolante e malsicura che conduceva alla sua soffitta.
Zann occupava una delle due stanze dell'erto e buio solaio, e precisamente quella ubicata ad Ovest, prospiciente l'alta muraglia che costituiva il limite superiore della strada.
Spaziosa, la stanza sembrava tuttavia ancora più grande per effetto dello squallore e della miseria.
La mobilia si riduceva ad una nuda branda di ferro, un sudicio lavabo, un tavolino, una grossa libreria, un leggio musicale e tre vetuste sedie.
Il pavimento era disseminato di spartiti ammucchiati in disordine.
Le pareti erano di assi grezze che probabilmente non avevano mai conosciuto l'intonaco, e l'abbondanza di polvere e ragnatele conferiva alla stanza l'aspetto di un luogo disabitato e abbandonato.
Era chiaro che Erich Zann doveva cercare le sue soddisfazioni estetiche unicamente nei remoti universi dell'immaginazione.
Fatto cenno di sedermi, il muto chiuse la porta, abbassò la grossa sbarra di legno che la serrava, e accese una candela la cui luce andò ad unirsi a quella del lucignolo che aveva portato con sé dal basso.
Estrasse poi la viola da una custodia semi divorata dalle tarme e si sedette sulla meno scomoda delle sedie.
Non guardò il leggio e, suonando a memoria da un repertorio dal quale non mi consentì di scegliere, mi incantò per più di un'ora con melodie che non avevo mai udite prima, melodie che lui stesso doveva aver composto.
Descriverne l'esatta natura è impossibile per chi sia poco esperto di musica.
Si trattava di una sorta di fughe, con passi ricorrenti della più accattivante armonia, che mi colpirono però per la totale assenza delle fantasie note che avevo udito dalla mia stanza in altre occasioni.
Quei motivi bussavano alla mia memoria con martellante insistenza, e spesso mi ero trovato a canticchiarli o a fischiettarli tra me e me.
Sicché, quando il musicista alla fine depose l'archetto, gli chiesi se volesse eseguirne qualcuno.
A tale richiesta, la sua rugosa faccia da satiro perse l'annoiata placidità che aveva assunto durante l'esecuzione, per mostrare nuovamente quel miscuglio di collera e terrore che avevo notato in lui quando lo avevo abbordato per la prima volta.
Per un istante optai per la via della persuasione, tollerando il suo diniego come un capriccio senile, e provai a risvegliare il suo estro fischiettandogli qualcuno dei motivi che avevo sentito la notte avanti.
Smisi subito, perché non appena il musicista muto riconobbe l'aria che avevo accennato, il suo volto si contorse, deformandosi fino ad assumere un'espressione che valicava ogni possibilità di analisi.
Subito la sua mano destra, lunga e ossuta, si allungò fino a tapparmi la bocca, troncando la mia rozza imitazione.
E, nel medesimo istante, lanciò uno sguardo terrorizzato verso l'unica finestra della mansarda, schermata con una tenda, quasi temesse la presenza di un intruso: un atto che, con la sua assurdità, ribadiva la stramberia del vecchio, visto che la stanza sovrastava da un'altezza inaccessibile i tetti adiacenti, e di conseguenza la finestra, come mi aveva referito l'affittacamere, costituiva l'unico punto della ripida strada dal quale si potesse vedere oltre il muro d'edera che chiudeva la sommità della Rue d'Auseil.
L'occhiata che il vecchio aveva lanciato alla finestra mi riportò alla mente l'osservazione di Blandot, e fui colto dal capriccioso desiderio di gettare uno sguardo all'esteso e vertiginoso panorama dei tetti rischiarati dalla luna e dalle luci cittadine oltre la cresta del colle: uno scenario che tra tutti gli abitanti della via soltanto lo strambo musicista poteva ammirare.
Andai verso la finestra intenzionato a scostarne la grezza tendina, quando, in preda ad un rabbioso terrore ancor più evidente di prima, il mio muto coinquilino si avventò di nuovo su di me.
Stavolta accennava col capo alla porta mentre tentava di trascinarmici con entrambe le mani.
Offeso da quel comportamento ingiustificabile, gli ordinai di lasciarmi dicendogli che me ne sarei andato via all'istante.
Il vecchio allentò la presa e, vedendomi irritato e stupito, sembrò placarsi. Serrò nuovamente la stretta, stavolta con intento amichevole, costringendomi a sedere; quindi, con aria meditabonda, si portò al tavolino ingombro, dove con una matita scrisse qualche rigo in un francese zoppicante da forestiero.
Il biglietto che mi porse era un appello alla mia tolleranza e al mio perdono.
Zann diceva di essere vecchio, solo, e tormentato da strani timori e disturbi nervosi che avevano a che fare con la sua musica e con altre cose.
Aveva gradito che fossi rimasto lì ad ascoltarlo suonare, e desiderava che tornassi, senza dar peso alle sue stramberie.
Ma non gli riusciva di eseguire per un altro quelle bizzarre melodie, e non tollerava di udirle da altri: né gli era possibile sopportare che qualcuno toccasse gli oggetti della sua stanza.
Fino al nostro scambio di battute sul pianerottolo aveva ignorato che la sua musica giungesse alla mia stanza e perciò mi chiedeva di accordarmi con Blandot affinché mi assegnasse una camera ad un piano più basso, dove la notte non lo avrei udito suonare.
Era disposto, aggiungeva, a rimborsarmi la differenza della pigione.
Mentre stavo lì seduto a decifrare quel francese orrendo, cominciai a sentirmi pùi indulgente nei confronti del vecchio.
Era, come me, vittima di sofferenze fisiche e mentali: e grazie ai miei studi metafisici avevo acquistato una certa tolleranza verso il prossimo.
D'un tratto, un debole rumore proveniente dalla finestra interruppe il silenzio: era soltanto il vento notturno che aveva fatto sbattere le imposte, ma per qualche strano motivo, saltai su con la medesima violenza con la quale trasalì Erich Zann.
Quando ebbi finito di leggere il biglietto strinsi la mano al mio ospite separandomi da lui in amicizia.
All'indomani, Blandot mi diede una camera più costosa al terzo piano, posta tra l'appartamento di un vecchio usuraio e la stanza di un rispettabile tappezziere.
Il quarto e quinto piano non erano occupati da nessuno.
Non ci volle molto tempo perché mi accorgessi che il desiderio della mia compagnia da parte di Zann non era così grande quanto mi aveva manifestato nel convincermi a traslocare dal quinto piano.
Non mi chiedeva mai di fargli visita e, quando andavo a trovarlo di mia iniziativa, mostrava un certo imbarazzo e suonava di malavoglia.
Ciò accadeva sempre di notte, giacché di giorno dormiva e non riceveva nessuno. Ma, quantunque la mia simpatia per lui non aumentasse affatto, la stanza sull'attico e la musica misteriosa continuavano ad esercitare una strana attrazione su di me.
M'era rimasto il desiderio di guardare fuori da quella finestra, di gettare lo sguardo oltre il muro, sull'invisibile pendio, sui tetti e le guglie scintillanti che dovevano allargarsi lungo il declivio.
Una volta salii sulla soffitta in un ora in cui Zann era fuori a suonare, ma la porta della stanza era chiusa.
Riuscii invece a sentire la musica notturna del vecchio muto: prima salendo in punta di piedi fino al quinto piano, poi trovando il coraggio necessario per
inerpicarmi su per l'ultima rampa scricchiolante che conduceva alla mansarda di Zann.
E lì, sull'angusto pianerottolo davanti alla porta sprangata e col buco della serratura tappato, più volte udii suoni che mi colmarono di un terrore indefinibile, un terrore di occulti prodigi e celati misteri.
Non che quei suoni fossero spaventosi, tutt'altro; essi però contenevano delle vibrazioni che non facevano pensare a cose di questa terra.
In certi passaggi, assumevano una qualita sinfonica che mi riusciva arduo concepire come il prodotto di un solo esecutore.
Erich Zann era davvero un genio di potenza singolare.
Col passare delle settimane, la sua musica si faceva sempre più insolita e fantastica, mentre, di pari passo, il vecchio artista diveniva sempre più scontroso e furtivo.
A guardarlo, ormai faceva pena.
Forse per questo, rifiutava di ricevermi per quanto insistessi, e mi evitava quando ci incontravamo per le scale.
Poi, una notte, mentre ascoltavo fuori dalla porta, udii le acute vibrazioni della viola rigonfiarsi in una caotica babele sonora, un pandemonio che certo mi avrebbe fatto dubitare della mia già scossa salute mentale se da dietro alla porta sprangata non mi fosse giunta la prova che l'orrore era reale: un grido terribile e inarticolato, quale soltanto un muto può emettere nei momenti della paura più angosciosa e raccapricciante.
Bussai ripetutamente alla porta, senza ottenere risposta.
Restai quindi in attesa sul buio pianerottolo, tremando di freddo e di paura, finché capii che il povero musicista tentava di sollevarsi dal pavimento sostenendosi a una sedia.
Ne conclusi che avesse ripreso i sensi dopo un mancamento e così bussai nuova- mente alla porta pronunziando il mio nome per rassicurarlo.
Sentii allora Zann incespicare fino alla finestra e chiuderne le imposte e i vetri, poi raggiungere a fatica la porta che brancolando disserrò per farmi entrare. Stavolta era realmente lieto della mia presenza, giacché il suo volto contratto s'illuminò di sollievo mentre si aggrappava alla mia giacca come un bimbo alle sottane della madre.
Tremando pietosamente, il vecchio mi sospinse verso una sedia, abbandonandosi su un'altra presso la quale la viola e l'archetto erano gettati con incuria sul pavimento.
Per un po' rimase seduto, limitandosi ad annuire curiosamente col capo, dando l'impressione di ascoltare qualcosa con attenzione e paura.
Dopodiché, ad un certo punto, sembrò soddisfatto, e si portò ad una sedia presso il tavolino dove si sedette a scrivere poche righe.
Mi porse il messaggio e tornò quindi al tavolino dove riprese a scrivere con grande rapidità e senza posa.
Nel primo biglietto mi implorava di essere tanto misericordioso da aspettare lì dov'ero, ché avrei soddisfatto la mia curiosità, mentre lui preparava in lingua tedesca un resoconto completo dei prodigi e degli orrori che lo assalivano.
Gli obbedii e attesi in silenzio mentre la matita del muto correva sulla carta.
Era trascorsa forse un'ora e i fogli vergati dal vecchio seguita- vano ad accumularsi, quando scorsi Zann sobbalzare come per effetto di un'orribile emozione.
Senza ombra di dubbio stava guardando la finestra schermata dalla tenda, e prestava ascolto rabbrividendo.
In quel momento parve anche a me di udire un suono, niente affatto orribile, ma piuttosto la melodia di una nota musicale squisitamente bassa e infinitamente distante, quasi che provenisse da un'altra casa, o da un edificio oltre l'alta muraglia d'edera al di là della quale non ero mai riuscito a gettare lo sguardo. Doveva esserci un altro suonatore, fuori nel buio.
Su Zann, l'effetto fu terribile, giacché il vecchio lasciò cadere all'istante il lapis e si levò di scatto.
Afferrò la viola e cominciò a lacerare la notte con la musica più assurda che avessi mai udito dal suo strumento, salvo forse quando avevo origliato alla porta. Descrivere la musica di Erich Zann in quella notte spaventosa risulterebbe vano.
Era più orribile di qualunque altra composizione avessi ascoltato furtivamente, perché ora vedevo l'espressione sulla faccia dell'esecutore, e comprendevo che ad ispirarlo era il terrore puro.
Zann cercava di far rumore per tener lontano qualcosa, o per soffocarla sovrastandola: che cosa, non so immaginare, ma doveva certo trattarsi di una cosa terrificante.
Pur fantastica, delirante, isterica, l'esecuzione non mancava però di rivelare le profonde doti di suprema genialità ch'io sapevo appartenere a quello strambo vecchio.
Riconobbi il motivo: era una sfrenata danza ungherese assai popolare nei teatri e, per un istante, riflettei sul fatto che quella era la prima volta che udivo Zann eseguire un pezzo appartenente ad un altro.
Sempre più alto e selvaggio si levava l'acuto gemito della viola disperata.
Il musicista grondava di un incredibile sudore mentre si contorceva come una bestia, lo sguardo fisso sulla finestra chiusa.
In quella frenesia di note prendeva forma nella mia mente l'immagine confusa di satiri e baccanti in folle danza su caotici abissi di nubi, fumo e folgori.
Poi, d'un tratto, mi parve di distinguere una nota più alta e più ferma, un suono che non era quello delle corde della viola; una nota beffarda, calma, decisa, pregna di significati, una nota che giungeva remota da Occidente.
Le imposte presero a cigolare, scosse dall'ululante vento della notte che si era levato come in risposta alla musica folle che echeggiava nella stanza.
La viola di Zann superò allora se stessa, modulando suoni che non avrei mai pensato potessero uscire dalle sue corde.
Scosse con sempre maggiore violenza dal vento, le imposte divelsero i ganci, e cominciarono a battere contro la finestra.
Le raffiche insistenti infransero infine i vetri, e il vento gelido irruppe nella stanza facendo crepitare le candele e frusciare i fogli sul tavolino dove Zann aveva cominciato a svelare i suoi tremendi segreti.
Guardai il vecchio, e scorsi che nei suoi occhi non v'era pùi alcun barlume di coscienza.
Azzurri e vitrei, sporgevano ciechi fuori dalle orbite, mentre la musica delirante era ormai un'orgia folle di vibrazioni irriconoscibili, e tale che nessuna penna potrebbe neppure sfiorarne l'idea.
Una raffica improvvisa, più violenta delle altre, si impadronì del manoscritto portandolo verso la finestra.
Disperatamente seguii i fogli nel loro volo ma, prima che potessi raggiungere i vetri infranti, il manoscritto era già scomparso nella notte.
Rammentai allora il mio vecchio desiderio di affacciarmi da quella finestra, l'unica in Rue d'Ausil dalla quale si godesse la vista del pendio che declinava oltre la muraglia, al di sotto della quale si stendeva la città.
Era buio pesto, ma le luci di una metropoli son sempre accese, e mi attendevo di scorgerle tra la pioggia e il vento.
Invece, allorché mi sporsi dalla più alta delle finestre dell'abbaino, mentre le candele crepitavano e la viola vibrava in folle gara con l'ululato del vento notturno, non vidi alcuna città stendersi in basso.
Non c'erano luci amiche né vie familiari: soltanto la nera oscurità di uno spazio infinito, uno spazio inconcepibile palpitante di musica e di movimento, scevro di qualsiasi rassomiglianza con alcunché di terreno.
E, mentre osservavo sopraffatto dal terrore, la furia del vento spense le candele che ardevano nell'erta soffitta, scaraventandomi in una feroce e impenetrabile oscurità nella quale imperversavano il caos e il pandemonio, mentre alle mie spalle la viola sprigionava la sua demoniaca follia in un tenebroso latrato notturno.
Arretrai allora barcollando nel buio e, impossibilitato a far luce, urtai contro il tavolo, rovesciai una sedia, ed infine riuscii a raggiungere il punto dal quale la musica sconvolgente lacerava il buio.
Qualunque fosse la forza che mi si opponeva, potevo almeno tentare di salvare me ed Erich Zann.
Ad un certo punto, qualcosa di freddo parve sfiorarmi e, a quella sensazione, urlai, sebbene il mio grido svanisse nello strepito della terrificante viola.
Poi, tutto d'un tratto, sentii su di me il tocco dell'archetto impazzito, e compresi di trovarmi vicino al musicista.
Saggiando al buio, toccai lo schienale della sedia di Zann e afferrai la spalla del vecchio, che scossi con l'intento di riportarlo in sé.
Non vi fu alcuna reazione: la viola seguitò a lanciare i suoi acuti senza interrompersi.
La mia mano risalì allora sino alla sua testa arrestandone il meccanico tentennare, e, accostandogli la bocca all'orecchio, gli gridai che entrambi dovevamo fuggire da quelle ignote cose della notte.
Ma non mi rispose, né attenuò il ritmo frenetico della sua musica indescrivibile, mentre paurose correnti d'aria parevano danzare nella babelica oscurità della soffitta.
Gli sfiorai l'orecchio, e un brivido mi percorse il corpo sebbene non ne comprendessi il motivo.
Poi con la mano seguii gli immobili contorni del suo volto: un volto freddo, rigido, privo di respiro, i cui occhi vitrei sporgevano inutilmente nel vuoto.
Allora compresi e, per miracolo, trovai la porta e sollevai la grossa spranga di legno.
Fuggii all'impazzata da quella cosa morta dagli occhi spenti spalancati nel buio, lontano dall'ululato spaventoso di quella viola maledetta la cui furia si accresceva mentre fuggivo.
Corsi, volai lungo i gradini interminabili della buia casa; fuori di me, mi lanciai nelle anguste e ripide stradine fra le rampe e le case in rovina, mi gettai giù per le scale e sui ciottoli delle vie sottostanti, verso il putrido fiume affossato; corsi ansimando sul ponte oscuro fino alle vie più ampie e ai tranquilli viali che tutti conosciamo... Di tutto ciò conservo sempre una terrificante memoria.
Rammento che non c'era vento, una luna splendente rischiarava il cielo, e tutte le luci cittadine risplendevano in sguardi ammiccanti.
Malgrado le ricerche e le indagini più scrupolose non sono mai più riuscito a trovare la Rue d'Auseil.
Ma la cosa non mi angustia poi tanto, e neppure rimpiango troppo la perdita in abissi inimmaginabili dei fogli fittamente scritti che, soli, avrebbero potuto spiegare la musica di Erich Zann