lunedì 25 gennaio 2016

Tutto è quantizzato

Tutto quello che diciamo e quello che “consideriamo” è quantizzato. E amenochè riusciamo a percepire consapevolmente la natura dell’esistenza, la percepiamo e immaginiamo come un’entità quantizzata. A questo punto siamo chiusi dentro il nostro set di calcoli all’interno del quale traduciamo le nostre esperienze e con i quali definiamo noi stessi, tutti quanti e tutto quanto. Ed è grazie a questo fenomeno che inciampiamo sui malintesi, su grossolane e diverse opinioni, frustrazioni e, in certi casi addirittura depressione.
Io credo che è questo il modo in cui la nostra mente si manifesta o come il suo processo interpretativo corrompe le sottigliezze del nostro “essere” tramite il fondamentale contributo della nostra coscienza. 
Pensate a questo in termini di volumi e dimensioni, come un elefante in una stanza. Ci hanno insegnato ad associare alla parola “elefante” un grosso animale, dal peso di circa cento volte il nostro, con pelle grigia, grosse orecchie e una proboscide. Associamo la parola “stanza” con uno spazio che, all’incirca può ospitare comodamente dieci persone. Nel momento in cui mettiamo l’elefante nella stanza (nella nostra mente), la stanza incrementa leggermente la dimensione solo per farci immaginare la situazione e l’analogia provocata è abbastanza chiara; è impossibile non notare l’elefante a chiunque si trovi nella stanza. 
Se ci avessero insegnato che un elefante è una creatura microscopica grande come un moscerino…beh non serve che vada avanti. La parola “stanza”, tuttavia, è una quantizzazione contestualizzata, perché potrebbe significare la “caratteristica” architettonica di una stanza o potrebbe essere la descrizione generica di uno spazio aperto; esempio - “c’è ancora spazio nel cassetto”. 
Quindi, anche se ci sono vari modi tramite i quali possiamo alterare la quantizzazione di un soggetto per comunicare i nostri pensieri, essi rimangono tali; un quantum più o meno definito “spera” di agire come uno strumento utile per materializzare le nostre idee in maniera concreta. Ed a meno che noi trasformiamo queste informazioni in una forma analoga di nuovo, che ancora detiene il significato che doveva essere trasferito, noi potremmo quantizzare il quantizzabile finché restano grosse quantità di stupidaggini e niente comincia ad avere più senso, o la base del significato è completamente perduta. 
Lo so, lo so, questo è un argomento un pò asciutto e non è assolutamente semplice da capire, perché il significato completo trascende da qualunque altra cosa. Tuttavia, se cominciamo a riconoscere questo problema, potrebbe aiutarci a risolvere malintesi tra noi esseri “umani” e migliorare i nostri processi interni di apprendimento.
La verità assoluta non è quantizzata in un modo che ci permetta di capirla (forse perché non vi è alcuna verità assoluta) ma potrebbe trovare la propria definizione all’interno di proprietà “vibrazionali”, picchi e valli, interferenze, loop, intersezioni, chissà, ma ci porta in avanti ogni singolo momento e compone barriere dalle quali noi identifichiamo gli elementi della nostra realtà e che ci permette di comunicare. Quindi non è un difetto, ma una traccia, e di conseguenza dovremmo sempre riconoscere noi stessi come una “traccia” e non come un difetto, anche se la mente di qualcuno non coincide con il mosaico della nostra.
Questo mi ricorda un altro pensiero che avevo questa mattina circa l’arte. Cosa succede se la rivelazione di un problema che non c’è più da molto tempo si trasforma in un “qualcosa” di artistico o addirittura in una forma d’arte per chi l’ha dimenticato? 

Beh adesso basta parlare di questo argomento. Il mio italiano diventa complesso e difficile da capire. O forse i miei pensieri.

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